Ricorso collettivo relativo per risarcimento del danno per la mancata istituzione della previdenza complementare del personale in servizio e in quiescenza del comparto difesa, appartenente alla Forza Armata della Marina Militare ed al Corpo delle Capitanerie di Porto – Guardia Costiera.

Attualmente è in essere un’iniziativa ad opera del Sindacato Nazionale Guardiacoste – SI.NA.G., con la quale è stato affidato l’incarico legale con mandato in esclusiva allo studio legale LTROMA per l’assistenza, rappresentanza, consulenza e difesa nella vertenza giudiziale avente ad oggetto il riconoscimento al diritto di risarcimento derivante dal danno e relativa quantificazione per la mancata istituzione della previdenza complementare al personale appartenente ai Comparti Sicurezza‐Difesa-Soccorso Pubblico, da instaurare in forma collettiva, presso la sede del Tribunale Amministrativo Regionale ‐ Sezione Giurisdizionale di Roma, nei confronti del Ministero presso cui si svolge l’attività lavorativa, il Ministero della Funzione Pubblica ed ogni altro legittimato passivo.

Questo è il comunicato stampa del “SI.NA.G.”
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L’organizzazione di questa vertenza giudiziale è finalizzata unicamente per il bene materiale di tutto il personale appartenente ai Corpi/FF.AA. ricadente nei Comparti Sicurezza – Difesa e Soccorso Pubblico, per consentire di ricevere il giusto risarcimento derivante dal danno patito, ovvero la mancata istituzione della previdenza complementare di cui il personale in parola era destinatario.

Con la presente nota informativa si vuole fornire un punto di chiarezza del motivo per cui conviene aderire al ricorso.
Negli atti della sentenza della Corte dei Conti Sezione Giurisdizione Puglia nr. 207/2020 (https://banchedati.corteconti.it/documentDetail/PUGLIA/SENTENZA/207/2020 – il link per chi volesse visionarla e conoscerne i contenuti) si ha modo di poter leggere nel corpo della sentenza, in maniera del tutto cristallina e senza possibilità di essere prestata ad interpretazioni di parte, che nella memoria depositata dal Ministero della Difesa lo stesso rimanda la responsabilità di dare avvio alla procedura di concertazione previdenziale al competente Dipartimento della Funzione Pubblica e, in tale quadro, il Governo, a margine del provvedimento di concertazione relativo al biennio 2008-2009, siglato nel settembre 2010, ove il medesimo Dipartimento aveva sottoscritto un impegno finalizzato ad attivare, in tempi ragionevolmente contenuti, un tavolo tecnico presso il Dipartimento della Funzione Pubblica per dare impulso all’istituzione di forme di previdenza complementare nell’ambito del Comparto Sicurezza…..
Bene qui si conclude che la prima compulsione, con l’impegno del Dipartimento della Funzione Pubblica per l’avvio del tavolo tecnico per la previdenza complementare, avviene solo per il Comparto Sicurezza e non anche per quello della Difesa. Tradotto le parti sociali ai sensi dell’art. 7 del D.Lgs. 195/95 (Organizzazioni Sindacali) avevano raggiunto un punto di concertazione per ottenere l’avvio del predetto tavolo e non anche per il Comparto Difesa. In sintesi le Rappresentanze Militari non hanno mai chiesto, formalmente, la predetta concertazione per la previdenza complementare anche per il comparto Difesa.
Si continua a leggere nella sentenza che il Ministro della Difesa aveva chiesto, con due missive inviate a febbraio ed a novembre 2010 al Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione di attivare all’uopo un tavolo tecnico presso il Dipartimento della Funzione Pubblica. Pur avendo il Governo accolto, nel mese di maggio 2012, una mozione, approvata dal Senato, con la quale si impegnava ad avviare forme pensionistiche complementari per il personale del Comparto Difesa-Sicurezza, in mancanza delle procedure di negoziazione e concertazione previste dalla legge sopra richiamata quale strumento per addivenire all’attivazione della “previdenza complementare”, l’Amministrazione della Difesa non ha alcuna possibilità di procedere in tal senso.
Pertanto nella materia di specie il Ministero della Difesa ha già in atti determinato l’obbligo dell’avvio del Tavolo di concertazione per l’avvio della Previdenza Complementare, affermando che la materia ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. b), D.Lgs n.195/1995 è riservata alla contrattazione tra le parti ministeriali e le rappresentanze sindacali e militari (art. 7 D.lgs. 335/1995).
Nella sentenza della Sez. Giur. Lazio del 9 febbraio 2016 (est. Pres. De Musso), nel merito, è stato ribadito quanto dedotto nell’atto introduttivo della stessa per quanto concerne la penalizzazione derivante dalla mancata istituzione dei “fondi di pensione integrativa”.

Nelle sentenze 21 marzo 2013 n. 2907/2013 e n.2908/2013 del Tar Lazio – Sede di Roma, il giudice amministrativo aveva sancito l’obbligo per le amministrazioni resistenti di concludere, mediante l’emanazione di un provvedimento espresso in atti, il procedimento amministrativo volto alla istituzione della previdenza complementare, nominando un commissario ad acta a cui fu attribuito il compito “ di attivare i procedimenti negoziali interessando allo scopo le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative ed i Consigli Centrali di rappresentanza, senza tralasciare di diffidare il “Ministro della Pubblica Amministrazione e la Semplificazione” ad avviare le procedure di concertazione/contrattazione per l’intero Comparto Difesa e Sicurezza”. In esecuzione delle pronunce del T.A.R. Lazio-Sede di Roma, il Commissario ad acta aveva portato formalmente a conoscenza delle parti sociali e dei Consigli Centrali di Rappresentanza delle Forze Armate e delle Forze di Polizia a ordinamento militare l’esito dei ricorsi giurisdizionali affinché detti organismi ne tenessero conto nel sollecitare l’avvio delle procedure di concertazione di cui al D.Lgs. n.195/1995 e all’art. 26, comma 20, L. 448/1998.
Questi dispositivi di sentenza sono tutti richiamati nella sentenza della Corte dei Conti Sezione Giurisdizione Puglia nr. 207/2020, ove si eccepisce sempre la concretezza del danno patito, ma nel contempo si ribadisce il ruolo fondamentale che rivestivano le parti Rappresentanze Militari e Sindacali nell’ambito normativo per l’avvio dei tavoli in questione.
La sentenza della Corte dei Conti Sezione Giurisdizione Puglia nr. 207/2020, nel merito, afferma che è infondata la pretesa al sistema previdenziale retributivo. Del tutto pacifico, infatti, che non esiste un “diritto al regime previdenziale “previgente poiché rientra nella discrezionalità del legislatore modificare anche in pejus il sistema previdenziale in vigore. Ed è per tale ragione che è stata respinta l’eccezione di incostituzionalità del passaggio normativo dal sistema previdenziale retributivo a quello contributivo, sancito dalla L. n.335/1995.

Il Giudice istruttore dichiara che lo strumento per compensare le negative ripercussioni economiche che il ricorrente denuncia di subire dall’inerzia nell’attuazione della previdenza complementare è rappresentato dal risarcimento del danno, in quanto la legittima aspettativa della estensione del regime di previdenza complementare per il comparto pubblico assurge a situazione giuridica soggettiva meritevole di tutela.
Sotto il profilo sostanziale, poi, il danno derivante dalla mancata attivazione della previdenza complementare si configura, nella specie, come “danno futuro”, le cui conseguenze si manifestano non nell’immediato, essendo il ricorrente tuttora in servizio, bensì all’atto del pensionamento, in quanto il tempestivo avvio dei fondi pensione avrebbe generato un montante più elevato rispetto al mancato esercizio dell’opzione, oltre che consentire un risparmio in termini di tassazione IRPEF in virtù di un maggiore ammontare deducibile.

In data 22.09.2020 la Corte di Cassazione – Civile a Sezioni Unificate con la sentenza nr. 22807 Anno 2020, Presidente VIRGILIO BIAGIO – Relatore DORONZO ADRIANA, pubblicata in data 20.10.2020, ha sancito, in ordine alla materia in questione, che trattandosi di un’azione prettamente risarcitoria, in cui tanto il petitum quanto la causa petendi trovano la loro giustificazione in un inadempimento contrattuale, esulando così dalla materia strettamente pensionistica, determinando in favore del giudice del rapporto di lavoro – che, nel caso in esame, è il tribunale amministrativo.
Infatti determina, essendo pacifico che il rapporto di impiego del ricorrente rientra nel regime di diritto pubblico non contrattualizzato – sulla base del seguente principio di diritto: «La domanda avente ad oggetto il risarcimento del danno da mancata attuazione della previdenza complementare per il personale del Comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico, riservata alla concertazione contrattazione, ai sensi delle disposizioni degli artt. 26, comma 20, L. 23/12/1998, n. 448, e 3, Co. 2, D.Lgs. 5/12/2005, n. 252, è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, attenendo all’inadempimento di prestazioni di contenuto solo genericamente previdenziale e strettamente inerenti al rapporto di pubblico impiego, non già a materia riguardante un riguardante un trattamento pensionistico a carico dello Stato, sicché la relativa controversia esula dalla giurisdizione della Corte dei conti».
È arrivato il momento di attivarsi per far valere i diritti di tutti gli appartenenti ai comparti Sicurezza Difesa e Soccorso Pubblico, pretendendo che le leggi vengano applicate (disattese da 25 ANNI) per tutelare il personale e le loro famiglie.
La perdita economica subita per il mancato avvio della previdenza complementare, prevista dalla legge 335 del 1995 (c.d. Legge Dini) ha sancito il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, è immensa, incommensurabile ed anche incalcolabile. La mancanza di una previdenza complementare ha portato un ammanco nelle tasche degli interessati: – il mancato versamento della quota del datore di lavoro (1% annuo, rivalutato nel tempo); – la mancata deducibilità della quota personale e della quota datore di lavoro (quindi migliaia di euro per i quali non si è potuto procedere a scaricarli perché rimasti nelle casse delle Stato); – il mancato guadagno annuale di rivalutazione per il capitale investito (ci sono fondi che producono guadagni che vanno dal 1% al 3,5% come media); – la tassazione decrescente negli anni in caso di liquidazione (si passa dal 25% al 9%, secondo un calcolo decrescente che si possono visionare su tanti fondi esplicativi già esistenti in diversi settori e comparti).
La riflessione conclusiva è che le sentenze definitive permettono di poter avviare degli iter procedurali finalizzati ad ottenere dei risarcimenti per i danni patiti ed acclarato, in tutti gli ambiti giudiziali, a cui tutto il personale ha diritto di ricorrere per ottenerlo.

QUESTIONE TFS – TFR
In ordine al terrorismo psicologico strutturato (anche a livello istituzionale), incentrato sul presupposto che l’avvio della previdenza complementare comporta il transito dal Trattamento di Fine Servizio al Trattamento di Fine Rapporto, si rappresenta che l’articolo 8 comma 3 del Decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252, (Disciplina delle forme pensionistiche complementari) prevede appositamente che la fonte di alimentazione della previdenza complementare – per il personale in regime di diritto pubblico (militari compresi) – è stabilita in fase concertativa.
Quindi quanto asserito, anche a livello centrale della Difesa, che con l’istituzione di un fondo di previdenza complementare si debba transitare obbligatoriamente dal TFS al TFR è completamente inesatto.
L’alimentazione della Previdenza Complementare per quanto attiene la quota dipendente, considerato che l’alimentazione della quota datore di lavoro è già normativamente stabilita (ovvero 1% dello stipendio annuo lordo del dipendente), sarà definito in sede di concertazione, considerato che la materia ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. b), D.Lgs n.195/1995 è riservata alla contrattazione tra le parti ministeriali e le rappresentanze sindacali e militari (art. 7 D.lgs. 335/1995) (in futuro rappresentanze sindacati militari dopo l’approvazione della norma sull’esercizio del diritto sindacale militare).

PERCHE’ IL RICORSO COLLETTIVO
A mezzo del ricorso collettivo, gli aderenti potranno cercare di ottenere il risarcimento del danno, quantomeno in via generica e/o generale, per la mancata attivazione della previdenza complementare, in ragione dei parametri indicati dalla sentenza della Corte dei Conti Puglia 207/2020.
Successivamente, in caso di mancata effettuazione del relativo calcolo da parte della P.A. si potrà agire in via autonoma, con separata istruttoria, al fine di ottenere quanto effettivamente dovuto.
Il ricorso collettivo rappresenta in questo caso, un mezzo “snello” per cercare di cristallizzare il diritto di ogni ricorrente a vedersi riconoscere il danno per la mancata attuazione della previdenza complementare, posto che trattasi d’identità di situazioni sostanziali e processuali con identico oggetto, con censura comune dei motivi, in ordine ai diritti fatti valere e senza alcun conflitto d’interesse.

COME ADERIRE AL RICORSO COLLETTIVO